LOS ANGELES (CA, Stati Uniti) - Si comincia con una classica dei tempi che furono, e pensiamo soprattutto a fine anni’80 inizio anni ’90, ovvero con la sfida Boston-New York. Gara 1 (tutte le serie sono al meglio delle 7), sabato 20 aprile, aprirà ufficialmente i playoff NBA 2013, dopo una regular season fatta di 82 partite per ciascuna delle 30 franchigie NBA.

Intanto, ecco le 8 squadre qualificate a est, con la posizione nel ranking della conference e il bilancio in stagione regolare:

1) Miami Heat, 66-16 (primi nella Southeast Division)

2) New York Knicks, 54-28 (primi nella Atlantic Division)

3) Indiana Pacers, 49-32 (primi nella Central Division)

4) Brooklyn Nets, 49-33

5) Chicago Bulls, 45-37

6) Atlanta Hawks, 44-38

7) Boston Celtics, 41-40

8) Milwaukee Bucks, 38-44

Così a Ovest: 

1) Oklahoma City Thunder, 60-22 (primi nella Northwest Division)

2) San Antonio Spurs, 58-24 (primi nella Southwest Division)

3) Denver Nuggets, 57-25

4) Los Angeles Clippers, 56-26 (primi nella Pacific Division)

5) Memphis Grizzlies, 56-26

6) Golden State Warriors, 47-35

7) Los Angeles Lakers, 45-37

8) Houston Rockets, 45-37.

Insomma, tutti contro LeBron James e i suoi Miami Heat,  da est a ovest, ovviamente. Banale finché si vuole, ma il titolo NBA finalmente vinto nella stagione scorsa (alla terza finale, una con Cleveland nel 2007, l’altra con Miami nel 2011) ci ha (ri)consegnato un giocatore decisamente più maturo e, se possibile, ancora più forte. Lo testimoniano i numeri: 26,8 punti di media (4° tra i marcatori in assoluto), 8 rimbalzi, 7,3 assist, ma, soprattutto, e qui sta la novità rispetto al passato, 56,5% dal campo, qualcosa di mostruoso per chi aveva viaggiato con il 49% in carriera. L’abbiamo sempre pensato: se LB James trova anche il tiro da fuori (46,5% da tre!) e, più in generale, il tiro in sospensione anche da poco dentro l’area, insomma, il “jump-shot” con continuità, allora diventa davvero inarrestabile. Tutto il resto, potenza, velocità, gioco in post, capacità di salire di livello nei momenti più importanti, capacità di migliorare i compagni, già gli appartiene. Miami, onestamente, sembra imbattibile, con un leader così e con una striscia di vittorie consecutive, in stagione, arrivata a quota 27, la 2a migliore di sempre nella storia dell’NBA, dopo i 33 successi dei Lakers ’72. Nei playoff Miami affronterà Milwaukee  al primo turno, una tra Brooklyn e Chicago nelle semifinali di conference (se mai dovesse rientrare, sano, Derrick Rose, play dei Bulls che non gioca da un anno, occhio ai “Tori”: hanno interrotto le “strisce” vincenti proprio di Miami e poi di NY), probabilmente i Knicks o i Pacers nell’ultimo atto a est. La terza finale consecutiva appare in carrozza. Oltretutto, i “big three”  della squadra, James, Wade e Bosh sono stati gestiti ben nel finale di stagione, per cui Miami entra nei playoff a piene marce, in forma, riposata nei suoi giocatori chiave e in totale fiducia. Tre fenomeni e tre ottimi tiratori dall’arco, sugli scarichi, Allen, Battier e Miller. Al 90%, il terzo titolo NBA, secondo consecutivo, sarà loro. Gli Heat hanno vinto 42 delle ultime 46 partite…

A.A.A. rivale a est cercasi, per Miami. Dunque. New York, nonostante un Carmelo Anthony top-scorer NBA (con 28,7 punti di media per gara, prima volta per i Knicks dal 1984-1985, quando ce la fece Bernard King) e seconda forza della conference, non ci convince fino in fondo, per il solito discorso che una squadra di tipica matrice perimetrale (cioè che dipende dal tiro in sospensione, le cui percentuali vanno e vengono…), nei playoff, dove si gioca una pallacanestro più lenta, fisica, difensiva, soffre terribilmente. Intendiamoci, con questo Anthony, con Jason Kidd a mettere ordine in regìa, con JR Smith secondo violino imprevedibile e persino (udite, udite) almeno decente in difesa (ma c’è uno Stoudemire da inserire…) , New York può raggiungere anche la finale di Conference, che manca dal 2000 (erano i tempi di Allan Houston e Latrell Sprewell, arrivò una sconfitta per 2-4 contro gli Indiana Pacers di Reggie Miller e Jalen Rose), ma non ci stupiremmo se dovesse soffrire fin dai primi turni. “Melo”, inoltre, ha superato il primo turno dei playoff, con le sue squadre, solo una volta su 9 tentativi (a Denver) e adesso si troverà di fronte una macchina da post season, pur senza Rondo, come Boston, che da quando è allenata da coach Rivers non ha mai perso… al primo turno! Paul Pierce ha le caratteristiche difensive giuste per fermare Anthony. Staremo a vedere, insieme a San Antonio Spurs-Los Angeles Lakers, a ovest, Boston-New York resta la sfida più interessante in avvio di post season.

Restando a est, hanno comunque stupito, in stagione regolare, i Bulls senza Rose, visto che nessuno li vedeva da playoff privati dell’ex Mvp (e alzi la mano che si aspettava, inoltre, un Marco Belinelli così protagonista, in quintetto base in una squadra forte, capace di segnare tre volte il canestro della vittoria sulla sirena, vivissimi complimenti all’ex Golden State, Toronto e New Orelans…), i Pacers senza Granger (ma con un George in più nel motore, trasformatosi in stella) e i Brooklyn Nets, al primo anno di vita (nella Grande Mela, non nell’NBA) e subito ai playoff. Delle squadre non qualificate alla post season, non dimenticatevi dei Washington Wizards (29 vinte e 53 perse in stagione) che con John Wall sano (play, ex 1a scelta assoluta del 2010 ed ex Kentucky) sono squadra completamente diversa e sicuramente vincente. Ne riparliamo fra un anno.

A Ovest situazione ben più intricata e per questo avvincente. In teoria, sì, dovrebbero dominare i Thunders del vice top scorer, Kevin Durant, finalisti un anno fa e sconfitti 4-1 da Miami. In teoria, ma non è detto che si verifichi la stessa situazione del 2012 per Oklahoma, perché nei playoff l’assenza di James Harden (finito a Houston la scorsa estate, ha riportato i Rockets alla post-season) potrebbe pesare anche di più di quanto non abbia fatto finora in stagione regolare e poi ci sono avversari un po’ più pericolosi (o semplicemente cresciuti) rispetto allo stesso 2012, come i Denver Nuggets e i Los Angeles Clippers. Gli Spurs restano sempre con l’incognità del fattore… età, nella post season: pesa orma da tre stagioni a questa parte, nonostante un cammino sempre impeccabile in regular season. A proposito, Parker non è al top e Ginobili è appena rientrato dopo uno stiramento. Ma a tratti Tim Duncan, entrano nell’NBA nel 1997, è sembrato quello di 10 anni fa… Certamente, il primo turno tra Los Angeles Lakers e proprio i San Antonio Spurs si annuncia una battaglia tutta da godere, con il fattore campo a favore dei texani. Parker può spaccare la serie sfruttando la velocità nei confronti di Steve Nash, ma è anche vero che Gasol e Howard possono farsi valere sotto canestro. Ci sono ricordi di battaglie epiche, in finale di conference (2001, per esempio), ma anche in altri turni playoff (nel 2003 furono Duncan e compagni a mettere fine alla dinastia di Kobe&Shaq, nel 2004 ci fu l’incredibile canestro di Derek Fisher nella serie di semifinale…).

A proposito di Los Angeles, parliamone (nella foto InfoPhoto, Pau Gasol, dei Lakers, affronta Blake Griffin, dei Clippers). Intanto, in casa Lakers: Kobe Bryant, pur da… semplice spettatore nelle ultime partite, ha mantenuto fede alla promessa fatta qualche mese or sono, quella di portare i gialloviola ai playoff. Chiaro, senza di lui valgono molto meno. Chiaro, restano la delusione dell’anno, finora. E se si trasformassero in sorpresissima? Talento puro non manca di sicuro a disposizione di coach Mike D’Antoni (che sarà confermato anche per la prossima stagione), e magari, paradossalmente, con l’assenza del fenomeno che monopolizza l’attacco, qualche parvenza del gioco arioso e veloce mostrato dalle squadre dell’ex Olimpia Milano (soprattutto Phoenix) si potrà vedere, adesso. Dovessero mai battere gli Spurs (possibile, a nostro avviso), i Lakers si troverebbero di fronte una tra Golden State e Denver, due squadre giovani, affamate di successo, ma senza grande esperienza  nei playoff con gli attuali gruppi. Insomma, potrebbero anche arrivare alla finale di conference, perché no?

E che dire dei Clippers? Primo, storico, titolo “divisionale”, quello della Pacific, non è poco. Hanno play (Paul), ala grande (Griffin) e sesto uomo (Crawford) tra i migliori interpreti nei rispettivi ruoli. Sono stati la barzelletta dell’NBA per decenni, ma ora non più, dopo la scelta di Blake Griffin al Draft e la decisione di Chris Paul di venire a giocare proprio ai Clippers! Mai avevano vinto più di 50 gare in stagione regolare, in tutta la loro storia. E per un po’ hanno fatto rivedere, a Los Angeles, lo show-time dei Lakers di Magic, Kareem, Worthy e del Forum, anni ’80, con schiacciate, alley-oop e spettacolo in ogni partita. Hanno un primo turno di playoff difficile, contro i Nuggets, e poi dovrebbe esserci lo scontro con Oklahoma City, nelle semifinali di conference. Cammino, dunque, decisamente in salita. Molti esperti li vedono battuti già al primo turno della post season, noi pensiamo invece che possano anche far saltare il banco e arrivare… addirittura alla finale NBA. Ai posteri…

Un enorme in bocca al lupo a Danilo Gallinari: non vederlo ai playoff da top scorer dei suoi Denver Nuggets nel momento in cui dispongono della squadra migliore da quando lui è arrivato in Colorado (hanno segnato più punti di qualsiasi altra squadra in regular season), è un colpo al cuore molto forte. Sono n.3 all’Ovest e con lui potevano diventare una mina vagante, pericolosi per chiunque. Arrivederci al 2014, stesso posto, stessa squadra, salute diversa. Si spera.

Matricola dell’anno? Damian Lillard, dei Portland Trail Blazers. Raggio di luce in una stagione difficile. Senza discussioni…

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