MIAMI - Più difficile del previsto, soprattutto dopo la seconda striscia di sempre in regular season quanto a vittorie consecutive, ma alla fine l’anello, per i Miami Heat, come pronosticato da tutti a inizio stagione, è arrivato, per il secondo anno consecutivo. Con molte differenze rispetto a quello di una stagione fa (back-to-back), ancora di più rispetto alla finale persa contro Dallas e Dirk Nowitki nel 2011.

Nel 1991 Michael Jordan conquistò il primo dei suoi sei titoli NBA con i Chicago Bulls e l’aspetto più importante per lui fu quello di aver vinto il titolo sconfiggendo in finale i Lakers di “Magic” Johnson, che erano stati la dinastia degli anni ’80 insieme ai Celtics di Larry Bird, e in finale di Conference i Detroit Pistons di Isiah Thomas, i detentori degli ultimi due titoli (’89-’90), nemici giurati di Chicago. Una sorta di legittimazione: il più grande dell’ultimo decennio (“Magic”) che consegna le chiavi dell’NBA e del successivo decennio a Michael Jordan, come effettivamente sarà.

Ecco. Nel lungo abbraccio che LeBron James, oggi vincitore, ha dedicato a Tim Duncan dei San Antonio Spurs, leggenda dell’NBA e mai sconfitto, fino a ieri notte, in una finale per il titolo, c’è questo ideale passaggio di consegna oltre vent’anni dopo, a maggior ragione tenendo conto del fatto che Duncan riuscì invece a battere in finale LeBron James nel 2007, quando militava ancora a Cleveland, ma dopo il 4-0 della serie, nell’atto conclusivo, gli sussurrò anche, in un orecchio, “fra poco questa Lega sarà tua“. Ed è successo, come per Michael Jordan. I Miami Heat hanno battuto una squadra forte, vincente, storica e rispettata, in tutti gli ambiti, dall’organizzazione societaria allo staff tecnico, come i San Antonio Spurs dei big-three Duncan-Ginobili-Parker, e questo dà ancora più lustro alla loro impresa e al loro titolo.

Gli Heat hanno disputato una regular season favolosa, sono entrati nei playoff asfaltando 4-0 Milwaukee, hanno poi iniziato a soffrire con Chicago, nonostante il 4-1 finale (ma perdendo gara 1 in casa), hanno continuato a sudare venendo a capo degli Indiana Pacers solo in sette partite (dominando, però, la sfida decisiva), poi hanno trovato sulla loro strada gli avversari peggiori per durezza mentale, organizzazione, qualità tecniche, DNA vincente. Con un pizzico di fortuna, che aiuta chi se la cerca, e un mezzo suicidio degli Spurs negli ultimi 30” dei tempi regolamentari di gara 6, ce l’hanno comunque fatta a superare anche l’ultimo scoglio e nello sport americano vige una regola non scritta: chi vince merita SEMPRE, non importa come o perché. Rimontare sotto 2-3 nella serie per il titolo, con le ultime due gare in casa, è un’impresa riuscita, negli ultimi 30 anni, solo ai Lakers di Kareem nel 1987-’88 (4-3 sui Detroit Pistons), ai Rockets di Olajuwon nel 1993-’94 (contro i New York Knicks di Patrick Ewing) e di nuovo ai Lakers, ma di Kobe Bryant e Pau Gasol, nella stagione 2009-2010 (contro i Boston Celtics del trio Allen-Garnett-Pierce).

LeBron James ha legittimato l’MVP della serie finale realizzando due triple-doppie e rispondendo alla sfida del coach avversario, Popovich, che in gara 7 lo ha apertamente sfidato al tiro da fuori (20 conclusioni tentate oltre l’area, come solo nel febbraio 2010), per negargli le penetrazioni. Ma dopo un paio di errori iniziali, James è andato in ritmo e alla fine ha chiuso con 5/10 dalla lunga distanza, un 50% che da tre vale doppio e che ha lanciato la sua squadra. Nonostante gli Spurs siano rimasti attaccati al match sino alla fine, grazie anche a un Kawhi Leonard da 16 punti e 16 rimbalzi. San Antonio ha lottato, sempre, alla fine Parker e Ginobili erano distrutti fisicamente, anche normale che fosse così, perché si sapeva che sarebbe comunque stato un vantaggio per Miami un’eventuale prolungamento della serie. Resta il grande cuore di Tim Duncan, rivitalizzato in estate dalle cure al ginocchio in Germania e capace di tornare ai livelli del lustro, abbondante, d’oro, 1999-2005.

Ma Miami non è solo LeBron James. Wade, da mesi su una gamba sola, ha messo i tiri dalla media che una volta erano il suo marchio di fabbrica e che ultimamente latitavano, proprio in gara 7, chiusa con 23 punti e 10 rimbalzi; Mike Miller è stato pedina fondamentale, e letale dall’arco, nelle prime 4 gare; Shane Battier, un titolo NCAA a Duke da star assoluta nel 2001, un’intelligenza cestistica e non. fuori dal comune, lo è stato nelle ultime tre gare, chiudendo con 6/8 da tre nell’ultima partita; senza Chris Bosh, decisivo in gara 6 con i rimbalzi d’attacco e le stoppate, non avremmo avuto l’ultimo atto, posto che Popovich ci ha messo del suo togliendo due volte Tim Duncan nei momenti decisivi di quella partita, e posto che lo stesso Bosh è diventato, di fatto, una “guardia” nel corpo di un’ala per la produzione offensiva, una “Power Forward” costretta a giocare da centro che in realtà tira solo da fuori. Così, non può essere un big, secondo noi, anche se è risultato comunque decisivo; Ray Allen nei playoff ha fatto poco, ma da campione straordinario qual è, ha messo il canestro più importante di tutta la serie per Miami, la tripla a 5” dalla fine di gara sei. E “birdman”, al secolo Chris Andersen, è stato decisivo con i rimbalzi, l’energia, le sue percentuali dal campo (per forza, i suo canestri son quasi tutti o tap-in o schiacciate in assoluta libertà…) contro Indiana e San Antonio, mentre coach Spoelstra ci ha messo del suo, sia nella finale di conference contro Indiana, sia nella finalissima, quando ha lanciato Miami in rimonte clamorose o in allunghi decisivi con il quintetto preferito da LeBron James, ovvero lui, “birdman” e tre tiratori a scelta tra Allen, Chalmers, Battier, Miller. Su questo fatto si potranno aprire molte discussioni, perché non c’è dubbio che LeBron James (gara 7 a parte, dov’è stato sontuoso ovunque) abbia mostrato il basket migliore a livello individuale e di squadra quando in campo c’era questa formazione.

Mario Chalmers, infine, si è dimostrato un lottatore unico, un buon tiratore e una pedina fondamentale perché non è mai sparito dal campo né abbandonato i compagni, dal punto di vista realizzativo, per tutti i playoff, ed è stato l’unico a farlo assieme a LeBron James. Che sarà pure il prescelto, il re dell’NBA, non c’è alcun dubbio su questo, ma senza i compagni di squadra (nella foto InfoPhoto) , come il miglior Michael Jordan, non avrebbe potuto e non potrebbe indossare la Corona o, per meglio dire, gli anelli del campione. Ora ne ha due, e non è certo finita…