MIAMI – E allora, chi sono i veri “big-three” di Miami? Gara due delle NBA Finals 2013 tra Heat e Spurs, in casa dei primi, è stata davvero particolare: praticamente fotocopia del primo atto fino a metà del terzo quarto, con nessuna delle due squadre capace di andare in doppia cifra di vantaggio, e poi completamente diversa quando coach Spoelstra ha deciso che fosse arrivato il momento di mettere a sedere la premiata ditta Wade&Bosh, fin lì neanche malvagia per altro, per andare a vincere la partita con un altro quintetto, composto da James, Chalmers, Andersen e due tiratori, nel caso specifico Ray Allen e Mike Miller, sontuosi ieri sera.

Morale: +25 Miami a metà ultimo periodo, partita finita anche per coach Popovich, degli Spurs, che getta in campo le riserve delle riserve (compreso il mitico Tracy McGrady) e di fatto sancisce l’apertura del “garbage time” finale “costringendo” Spoelstra a mandare in panchina LeBron James; 103-84 il finale di gara 2, 1-1, palla al centro e adesso tutti a San Antonio, dove può succedere qualunque cosa. Anche se continuiamo a pensare che alla fine vincerà Miami, in quante partite è impossibile dirlo ora. Certo, ora le prossime tre gare consecutive si disputeranno sul campo degli Spurs.

Perché ha vinto il collettivo dell‘MVP del campionato? Perché James, pur tirando malino (10/17), ha cambiato marcia fisicamente e come atteggiamento quando (è triste dirlo, ma è la verità) si è trovato solo a guidare la sua squadra senza Wade (alle prese però con problemi al ginocchio sinistro) e Bosh, bravo a colpire da fuori area, ma presenza impalpabile sotto canestro. Con Andersen a dominare i rimbalzi in attacco e in difesa (è lui il vero ago della bilancia, c’è poco da fare, il nostro pensiero è che a fine stagione Bosh verrà ceduto per trovare qualcuno di veramente dominante da affiancare a “birdman” in area), James ha potuto armare il braccio dei compagni di cui si fida sempre (Ray Allen) e di più in questo momento (Mike Miller). Il resto lo ha fatto Mario Chalmers, poco play, ma ottima guardia, di cui bisognerebbe parlare più spesso, perché è sempre stato produttivo, al fianco del “prescelto”, per tutti i playoff, soprattutto con Indiana, ma anche nelle prime due partite delle finali. Entrambe le squadre hanno tirato bene dall’arco (10/19 Miami; 10/20 San Antonio), ma gli Spurs in realtà sono stati disastrosi al tiro da due punti e hanno perso un’infinità di palloni (17) rispetto ai soli quattro di gara 1. La differenza è anche, se non tutta, qui.

Come previsto, gli aggiustamenti degli Heat sono arrivati, rispetto a gara 1. LeBron James soffre la marcatura di Leonard, che per tre quarti è stata soffocante, motivo per cui l’ex Cleveland ha tirato male. Ma si è visto di più in post basso, dove può essere devastante, e anche come bloccante sul pick&roll con Allen e Wade, anche questa arma letale se ce n’è una. E comunque ha distibuito palloni su palloni a Miller e Allen, per le triple che hanno spaccato la partita a fine terzo quarto, e chiuso comunque con 17 punti, 8 rimbalzi, 7 assist e 3 stoppate, una pazzesca su Splitter ormai lanciato a schiacciare… Se Miami dovesse vincere la serie e il titolo, quella stoppata resterà sicuramente il “flash” dell’ultimo atto.

Per il resto? Per il resto gli Spurs sono stati, per una volta, “traditi” da Duncan (9 punti con 3/13) e Parker (13 con 5/14 e 5 perse) e soffocati dalla difesa degli Heat, che ha tolto ossigeno alla testa di San Antonio. Gli Spurs sono rimasti a lungo n partita grazie alle fantastiche percentuali da tre (9/13 a un certo punto) mentre il ‘supporting cast‘ di Miami ha finito con il fare la differenza (40 punti dalla panchina). Chalmers ha chiuso 19 punti, 6/12 al tiro, 4 rimbalzi, 2 assist; Andersen con 9 punti, 4 rimbalzi e 3/3 al tiro (2 schiacciate…); Miller con nove punti e 3/3 da fuori, ma anche una buona difesa; Ray Allen con 13 punti e 3/5 al tiro. Ma attenzione: Ginobili e compagni tornano a casa con l’1-1 che volevano. Gara 3 sarà domani sera, (mattina di mercoledì 12 giugno in Italia), appunto a San Antonio.

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