La gioia sfrenata con cui i 95mila del Camp Nou e in generale il popolo culè ha accolto il 2-1 di Barcellona-Real Madrid è il testimone perfetto di quanto contasse questa sfida a livello emotivo, e non solo perché si trattava del clasico, o perché ora il vantaggio sui rivali è salito a +4. Il gol-capolavoro con cui Luis Suarez ha affondato l’ammiraglia campione d’Europa è già diventato icona del rinascimento blaugrana dopo una stagione deludente: la squadra di Luis Enrique è tornata a esprimersi su livelli d’eccellenza, magari non con l’implacabile continuità che aveva quella di Guardiola, ma con più soluzioni offensive rispetto a questa. Non è più un Barcellona Messi-centrico, nel senso che la Pulce, pur continuando a segnare carrettate di gol, ha ora la libertà di muoversi maggiormente lungo tutto il fronte d’attacco, visto che in mezzo c’è lui, l’uruguaiano instabile, primo centravanti autentico in maglia blaugrana dai tempi di Samuel Eto’o.

Prendiamo il gol che ieri sera ha deciso il 230esimo clasico della storia. Dani Alves, dieci metri dalla linea di metà campo, vede Suarez che attacca lo spazio centralmente e lo serve con una lunga parabola in profondità; il Pistolero, bruciato Pepe, aggancia il pallone con un formidabile controllo in corsa di esterno destro e con un diagonale istantaneo fulmina Casillas sul palo più lontano. Una prodezza di un fuoriclasse, certo, ma non solo: è una prodezza che altre versioni del Barcellona non avrebbero potuto mai permettersi, perché solo un centravanti di razza, ciò che il Barcellona non aveva dal 2009, ha nelle sue corde un movimento del genere. Non solo: è stato un gol che ha letteralmente tagliato in due una partita che fino a quel momento il Real aveva giocato meglio. Il Barça di Pep segnava come conseguenza naturale del suo dominio nel gioco; il Barça di Lucho può permettersi di farlo grazie alla verticalità che gli dà un giocatore come Suarez. Se il primo era un avvolgente boa costrictor, il secondo possiede la letale rapidità del mamba.

Il Real Madrid, appunto, non aveva affatto giocato male. Per tutto il primo tempo, e anche a inizio ripresa, la squadra di Ancelotti aveva affrontato la gara col piglio giusto, presa per mano da un Modric tornato finalmente ai suoi livelli dopo il grave infortunio di novembre, e da un Benzema di gran lunga migliore in campo nella prima ora di gioco. La rete del pareggio merengue, dopo il vantaggio di Mathieu, è un inno al gioco di squadra: filtrante d’esterno di Modric per Benzema, tacco di prima del francese per l’accorrente Ronaldo che, planando sull’erba, di punta fa secco Claudio Bravo. Da stropicciarsi gli occhi. Ma non era la serata giusta per i blancos, spreconi e sfortunati abbastanza da lasciare sull’1-1 una gara che avrebbero dovuto condurre, per poi farsi sorprendere in contropiede dal feroce Suarez e scomparire letteralmente dal match dopo il 2-1.

Se conosciamo bene Madrid, città che sembra soffrire di un bizzarro Alzheimer calcistico che la conduce a dimenticanze collettive su ciò che è stato appena fatto (tipo, vincere Champions League e Mondiale per Club), ora per Ancelotti inizierà un’altra settimana di passione. Come antipasto, nella notte la tifoseria madridista ha pensato bene di contestare la squadra, al rientro da Barcellona, arrivando anche a prendere a calci le vetture dei giocatori. Nessuna meraviglia se, vada come vada, a fine stagione sarà Carletto a decidere di abbandonare l’isterica capitale di Spagna, e non viceversa.