Il Milan è sbarcato a Barcellona, dove domani sera lo aspetta il match più affascinante, più complicato, più importante dell’anno: contro i “più forti del mondo” (come continua a ripetere lo scaramantico Galliani), nello stadio più bollente d’Europa, nella competizione che da sempre il club rossonero considera alla stregua di un territorio di caccia privato. I quarti di finale di Champions League sono vicini, molto più vicini di quanto avrebbe potuto sognare anche il più milanista dei milanisti, eppure, nonostante l’imponderabile 2-0 dell’andata (foto by InfoPhoto), tutt’altro che in cassaforte. Servirà comunque un’impresa. Ma questo i giocatori e i tifosi lo sanno già.

Quello che non sanno è ciò che passa per la testa di Massimiliano Allegri. L’indisponibilità di Balotelli e la gambizzazione di Giampaolo Pazzini nel corso della gara di Genova privano il tecnico livornese delle prime due scelte nel ruolo di punta centrale, assenze ancor più pesanti se si pensa all’importanza che ha avuto il primo pressing sui portatori di palla catalani nel match di andata. La soluzione più logica, e anche più probabile, vorrebbe la sostituzione di Pazzini con Niang, con la conferma di tutti gli altri titolari (Boateng ci sarà di sicuro, Mexes quasi). C’è anche un’altra ipotesi al vaglio di Allegri e Tassotti: lo spostamento di Boateng in zona centrale e l’inserimento di Nocerino sulla destra, per formare insieme ad Abate una rigida cerniera difensiva, con Montolivo-Ambrosini-Muntari davanti alla linea dei difensori ed El Shaarawy sulla sinistra. Un modulo-bunker, insomma, se consideriamo che anche il 92, prevedibilmente, sarà costretto a un gran lavoro difensivo. Più remota la possibilità di vedere dall’inizio uno tra Robinho e Bojan, non esattamente a loro agio in un clima di pugna all’arma bianca.

In realtà, nonostante tutto, il Barcellona è ancora in buona parte padrone del proprio destino. Al Camp Nou le alchimie valgono fino a un certo punto: generalmente, si subisce e basta. Quasi sempre ti va male, in qualche rarissima circostanza ti va bene (vedi Inter o Chelsea). Ma, con la possibile eccezione del penultimo clasico, di squadre che s’impongono d’autorità nel cuore dell’Impero catalano non ne ricordiamo. E la compagnia della Pulce Mannara non può certo essere considerata improvvisamente una squadra qualunque, dopo averla inserita unanimemente nel ristretto club delle più grandi di ogni tempo. D’altra parte, la voglia matta di dimostrare al mondo che la decadenza è ancora lontana potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Nelle ultime settimane, squadra e stampa hanno fatto gara a chi sparava professione di fede più roboante: scaramanzie a parte (parlare di remuntada, tre anni fa, non portò molto bene), si tratta di training autogeno, una sorta di haka verbale per intimorire l’avversario. O forse, viceversa, di un modo per esorcizzare le proprie inquietudini, come chi urla nel bosco per non sentire il silenzio.