Tutto è compiuto, come disse un tizio all’approssimarsi della sua fine. Il Bayern Monaco, terribile e meraviglioso, ha matato il grande Barcellona anche al Camp Nou: un 7-0 complessivo che toglie il fiato, per modalità e dimensioni, e che è destinato a rimanere nella memoria collettiva non soltanto dei protagonisti, ma anche di chi vi ha preso parte come semplice osservatore. Perché, almeno per ciò che riguarda il calcio, è evento rarissimo che il drammatico crepuscolo di una squadra gloriosa coincida con l’incontenibile ascesa di chi l’ha spodestata con la violenza.

L’impero dei turbonani di Catalogna si è disintegrato con una rapidità stupefacente. Di presagi ce n’erano stati, naturalmente: il Barcellona giunto al cospetto del Bayern aveva vinto una sola partita su quattro nelle eliminatorie, rischiando seriamente di essere buttato fuori sia dal Milan (ed è tutto dire) che dal PSG. Non è certo incidentale il fatto che l’unica vittoria, il 4-0 sui rossoneri, sia giunta nell’unica occasione in cui il nume Leo Messi sia stato in grado di dare il suo contributo; l’infortunio rimediato a Parigi è stata la condanna per i blaugrana, e la conferma che il meraviglioso collettivo di Guardiola era andato sfaldandosi già in precedenza, e che solo le mostruose performance della Pulce Mannara avevano consentito di mascherare il guaio. Come l’esercito greco privo di Achille, senza Messi il Barça si è consegnato quasi inerme al nemico.

L’umiliazione a corollario della disfatta. Tutti coloro che in questi anni hanno sofferto del dispotismo catalano, madridismo in prima fila, si sono precipitati a oltraggiare la salma del regnante deposto. Vae victis, guai ai vinti: niente di nuovo, per carità, ma quel malinconico senso di ingiustizia mi rimane dentro. Improvvisamente, passano in cavalleria i 20 titoli conquistati in 8 stagioni (5 con Rijkaard, 14 con Guardiola, 1 con Vilanova), il contributo decisivo all’epopea della nazionale spagnola, i record bruciati, il gioco favoloso. Si proverà a ricordarsi di qualche errore arbitrale, il tiqui-taka verrà derubricato a noioso palleggio, la facciata stucchevole della squadra-Unicef verrà sovrapposta agli occhi della tigre che non potevano non esserci sui volti di chi ha vinto, vinto e nient’altro che vinto per così tanto tempo. La testa mozzata del sovrano non basta, si tenterà di annacquarne il mito. E non è giusto.