La frase che sintetizza al meglio i sentimenti circa il ritorno tra Barcellona e Bayern Monaco l’ha pronunciata Gerard Piqué (foto by InfoPhoto): “Io ci credevo anche nel 1994, quando stavamo perdendo 4-0 contro il Milan ad Atene, anche se mio papà continuava a ripetermi che era impossibile”. Una pura e semplice questione di fede, niente di più. Perché, a filtrarla con la logica impietosa, la gara di questa sera non può che concludersi con le lacrime blaugrana e la festa bavarese.

Ancora ci sembra strano a dirlo, visto che parliamo del Barcellona di Messi, ma in questo momento c’è troppa differenza tra i catalani e i neocampioni di Germania: tutte le voci che vanno dalla condizione atletica, alla forza fisica, per finire all’autostima e alla ricchezza di risorse, vedono una freccia in su verde brillante per il collettivo di Heynckes e una freccia in giù rosso fuoco per la vecchia armada di Vilanova. Senza parlare, naturalmente, di quella quisquilia che è rimontare da uno 0-4, roba complicatissima anche a giocare contro la Dinamo Samarate, figuriamoci contro il Bayern Monaco. Diciamoci la verità: senza Puyol, Mascherano e ora anche Busquets e Abidal, non si vede come la scalcagnata difesa del Barça possa riuscire a non subire nemmeno una rete. E a quel punto, se diamo per acquisito un evento comunque probabile, i gol necessari all’impresa diventerebbero sei. Una montagna di cui non si riesce nemmeno a intravedere la vetta e impossibile da valicare senza un consistente aiuto da parte delle capricciose divinità olimpiche, tipo guerra di Troia. In Spagna tutti fanno finta di crederci, ma in realtà si preparano a dichiarare chiuso il secondo ciclo in due giorni, dopo quello (decisamente più breve e meno felice) di José Mourinho sulla panchina del Real Madrid.