Quando il geometra Adriano Galliani diede inizio alla sua carriera come manager sportivo nel club della sua città, il Monza, Barbara Berlusconi si trovava ancora al calduccio, innocua per sé e per gli altri, nello stadio intermedio tra l’embrione e il feto. Due anni più tardi, mentre la primogenita di seconde nozze di Silvio iniziava a sbrodolare le prime parole di senso compiuto, l’ex antennista ed ex tifoso juventino prendeva possesso di quello che sarebbe diventato il suo feudo elettivo, il Milan, il club che la mitopoiesi berlusconiana volle salvato dalle acque dall’Eletto e innalzato fino alle adamantine cime del mondo. Ora, 27 anni più tardi, la Repubblica presidenzial-onoraria milanista sta assistendo attonita, ma minga trop, al primo atto concreto di un golpe in nuce da tre anni esatti. Ieri sera, per la prima volta, Adriano Galliani è finito inequivocabilmente sul bancone degli imputati con l’accusa di Nemico del Popolo.

La rievocazione del lessico stalinista è ovviamente una forzatura voluta, utile comunque a sottolineare la natura dell’intervento anticorpale di Lady B., volto cioè a neutralizzare un elemento interno ormai ritenuto pericoloso per la sopravvivenza dell’organismo. Senza mai citarlo, se non nella finta smentita notturna, la rottamatrice fashion ha di fatto sfiduciato l’amministratore delegato rossonero – nonché suo superiore, ammesso che l’organigramma conti qualcosa quando sei la figlia del capo – scaricandogli sulla capoccia una serie di accuse circostanziate e riassumibili in tre punti fondamentali.

1) sperpero di risorse aziendali (“il Milan non ha speso poco, ma male”)

2) strategie fallimentari (“mancata programmazione, assenza rete osservatori”)

3) distonia con la Famiglia (“mercato che non tiene conto delle indicazioni della proprietà”)

Il primo punto è un mantra che ogni tanto ritorna. La prima a bacchettare duramente Galliani sulla questione finanziaria, ancora in epoca ancelottiana, fu Maria Elvira in arte Marina. E con più di una ragione: non tanto per gli investimenti in cartellini, quanto per la dissennata politica di ingaggi di cui si è reso infelice protagonista il CEO rossonero, tra parametri zero ricoperti d’oro e infiniti prolungamenti di contratto per campioni al capolinea. Mentre il Milan di Ancelotti vinceva e si consumava, Galliani non muoveva un dito per assicurare il futuro del club, e questo è stato senz’altro il suo errore più macroscopico. Detto ciò, rinfacciargli di aver speso “male” i “non pochi” soldi messi a disposizione dal club nelle ultime due stagioni è una bugia talmente colossale da far venire il sospetto che sia di origine genetica. Nel 2012 il Milan ha incassato 80 milioni dalle cessioni di Thiago Silva, Ibrahimovic, Cassano e Pato (in inverno), più i famosi 20-30 milioni per la partecipazione in Champions League, reinvestendone 20 per Balotelli (in inverno) e un’altra quindicina per i vari Pazzini, De Jong e Niang. Ergo, ha incassato una sessantina di milioni in più di quelli che ha speso, senza contare il notevole alleggerimento del monte-ingaggi. Nel 2013 il Milan ha incassato una dozzina di milioni di euro per la cessione di Boateng e qualche altra operazione minore, più i soliti soldi UEFA, spendendone circa 20 per il riscatto di Zapata, gli acquisti di Vergara e Matri e la compartecipazione di Poli. Anche in questo caso, il Milan ha incassato almeno 10-15 milioni in più di quelli che ha speso. Gli acquisti non saranno stati azzeccatissimi (eufemismo dell’anno), ma sostenere che il club non abbia speso poco è un’offesa all’intelligenza altrui. Il Milan ha investito pochissimo.

Sul secondo punto Barbara ha certamente ragione: manca programmazione. Chi può dire il contrario? C’è più improvvisazione nel Milan che in una jam session. Peccato che la causa principale della gestione agrituristica del sedicente Club più Titolato del Mondo non sia Galliani ma il suo genitore, che nel corso degli anni si è gradualmente disimpegnato economicamente dal club (e ci può anche stare), senza tuttavia rinunciare a mettere becco su questioni di non sua competenza, con tempi e modi al confine del grottesco. Inutile riassumere l’estenuante sequenza di strampalati interventi presidenziali nel corso degli ultimi cinque anni, basti citare distrattamente i casi Cissokho, Leonardo, Massimiliano “el no capiss un cass” Allegri, Melamarcia Balotelli, Pato al PSG, il dogma delle due punte, le lettere aperte a Biscardi, etc etc. Che programmazione vuoi avere, quando chi ha l’ultima parola ostenta la lucidità di un reduce dal Vietnam?

Eppure, come abbiamo visto, sui primi due punti si può anche argomentare internamente senza conseguenze necessariamente apocalittiche. E’ con il terzo punto che la faglia si mostra in tutto il suo potenziale distruttivo. Al di là della sua sensatezza o meno (sarebbe carino sapere quali fossero le illuminanti indicazioni di una proprietà che fatica a ricordarsi i nomi dei propri giocatori), nel terzo punto Galliani, de facto, viene pubblicamente accusato di qualcosa assimilabile all’alto tradimento: chiunque non abbia vissuto su Marte negli ultimi vent’anni sa bene che, in politica come nel calcio, non è ammesso alcun dissenso con la linea dettata. E la storia insegna che i sovrani raramente si dimostrano clementi coi camerlenghi infedeli.

Come sapete, in tarda serata Barbara ha provato a stemperare i toni, ma si è trattato quasi di un atto dovuto. C’è pur sempre un Barcellona-Milan e non è il caso di attivare il detonatore proprio in questo momento. Ma la bomba è stata già piazzata sotto il seggiolone di Galliani. Il comando a distanza è in mano al Presidente Onorario: salvare il suo storico braccio destro dalle voglie espansionistiche della bionda rampolla, almeno per un altro po’, o iniziare a preparare il terreno per una nuova gestione? La sensazione è che, come peraltro scriviamo da almeno un paio d’anni, la linea di successione sia già stata tracciata. Manca il pretesto, forse l’occasione per rendere meno cruenta la deflagrazione (con la buonuscita che spetta a Galliani ci compri Leo Messi o giù di lì). Ma sono cose che prima o poi si trovano.