Forse è stato il più bel pesce d’aprile della storia del calcio, per quel modo tutto suo di essere un uomo assolutamente fuori dagli schemi e un allenatore – al contrario – estremamente rigido e schematico. È Arrigo Sacchi, figura imprescindibile di tecnico sia sul piano nazionale che internazionale, per aver adottato il pensiero dei grandi del calcio totale come Rinus Michels e Valeri Lobanowsky e averlo applicato al calcio iatalico, rivoluzionandone pratiche e assunti, che proprio il 1° di aprile compie i suoi 70 anni.

In carriera Sacchi ha allenato piccole e grandi squadre tra le quali Rimini, Parma, Milan, Atletico Madrid fino a diventare c.t. della nazionale italiana e portarla al titolo di vicecampione del mondo durante i Mondiali di Usa ’94. In tutti i club da lui guidati, il genio di Fusignano, ha lasciato il segno ma i ricordi più indelebili sono indubbiamente quelli legati al grande Milan degli olandesi Van Basten, Gullit e Rijkaard, quello nato sotto l’egida di Silvio Berlusconi, capace di vincere negli anni che vanno dall’87 al ’91 un campionato, una Supercoppa italiana, 2 Coppe dei campioni, 2 Coppe Uefa e 2 Coppe Intercontinentali.

Intervistato dalla Gazzetta dello Sport per l’occasione, Sacchi ha voluto rivelare così la genesi dell’interesse più coinvolgente della sua esistenza: “Se devo scegliere un momento preciso dico estate 1954. Sono in vacanza con i miei genitori a San Mauro a Mare. Nello stabilimento balneare c’è un televisore, uno dei pochi a quel tempo. Trasmettono una partita del Mondiale. Io scappo dall’ombrellone e corro là: mio padre mi ritrova dopo un’ora, mi avevano issato su un tavolino perché potessi guardare meglio. Già allora era un’ossessione“.

Per non dimenticare, in seguito, la folgorazione sulla via di Damasco per quanto riguarda il suo punto di vista filosofico sul calcio, ovvero la passione viscerale per il totaalvoetbal olandese: “Fine anni Sessanta. Dirigevo il calzaturificio di mio padre, ero in Olanda per lavoro. Fu allora che mi innamorai del calcio totale“. Incantato dal fatto che ”Il protagonista era la squadra, non il singolo. Vedere le partite dell’Ajax era come andare a un concerto. Musica armoniosa“.