Il re è sempre lui, Usain Bolt. Un re folle, atipico, meravigliosamente indisponente e dal quale ci si può attendere davvero di tutto come riconquistare scettro e corona sul limite estremo di un sospiro, un attimo eterno come il centesimo di secondo che lo ha separato dal grande rivale, lo statunitense Justin Gatlin, bruciato al “fotofinish” della finale dei 100 metri piani dei Mondiali di atletica di Pechino con il cronometro che segna impietosamente 9″79 del giamaicano contro 9″80 dell’americano.

Usain Bolt, Pechino 2015

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Usain Bolt, Pechino 2015[/caption]

Gara esplosiva, come non lo era stata per Bolt la semifinale, in cui l’atleta di Trelawny lascia alle spalle timori e avversari e parte subito in testa riuscendo a rimanere davanti nonostante lo sprint pazzesco di Gatlin. Quando e dove conta, Bolt c’è. Come a Pechino nel 2008, come a Berlino nel 2009, al tempo d’oro dell’irraggiungibile record mondiale sui 100 e 200 m. Non sappiamo dire cosa girasse nella testa di Bolt durante la deludente semifinale nella quale era stato stracciato dal rivale e quasi umiliato con un 9″77 contro un 9″96., di certo possiamo ipotizzare la sicurezza nella sua mente insondabile al momento prima della finale, quando ha dato il “cinque” a Gatlin come inequivocabile gesto di tranquillità psicologica, forse quasi di spavalderia. Tutto abbastanza tipico del personaggio.

Prima legge di Bolt, dunque: mai sfoggiare pronostici avventati e contrari quando è in ballo una finale mondiale con Usain Bolt ai blocchi di partenza, anche quando il re sembra bollito e pronto al passaggio del testimone. Solo un argento quindi per il favoritissimo Gatlin, che aveva effettivamente strabiliato in semifinale, mentre per il terzo gradino del podio un altro foto finish culminato in ex aequo per il giovane statunitense Trayvon Bromell e il canadese Andre de Grasse con il tempo di 9″92.