Il Bayern Monaco è nel suo Anno -1: l’Annunciazione (di Pep Guardiola) c’è stata, il Natale non ancora. Eppure non si direbbe affatto. D’accordo, il gioco dei vicecampioni d’Europa non è ancora, se mai lo sarà, quello avviluppante che porta il marchio di fabbrica dell’ingegnere catalano, ma è già tremendamente efficace: lo è da anni e lo è ancora oggi, basti vedere il modo autoritario con cui Lahm e compagni si sono sbarazzati del solito Arsenal farfallone di Arsene Wenger, prenotando con largo anticipo un posto per i quarti di finale di Champions League.

3-1 all’Emirates Stadium, con le stelle Robben e Gomez tenuti inizialmente in panchina da Heynckens, e tanti cari saluti a tutti. Certo, i bavaresi sono stati agevolati da alcune scelte bizzarre di Wenger (Walcott centravanti?) e dalla benedizione delle leggi della fisica, che hanno consentito la parabola impensabile del terzo gol di Mandzukic (foto by InfoPhoto), ma la superiorità è stata schiacciante. Il Bayern è una squadra senza eccellenze leggendarie, ma anche senza difetti: ha forza, organizzazione, qualità offensiva, solidità (non male il brasiliano Dante), un’identità di gioco ben precisa e panchina lunga. Ha un giocatore raro come Muller, che come Inzaghi segna gol tanto brutti quanto importanti. Ha tutto, insomma, per costituire la prima minaccia per il grande Barcellona nella corsa al trono europeo. Rummenigge e soci gongolano all’idea di ciò che potrà diventare questo club, già così forte, già così ricco, sotto il comando del generale più ambito – che, paradossalmente, forse è l’unico a non essere così entusiasta del livello già raggiunto dalla sua futura squadra.