A una settimana di distanza da Juventus-Roma, prima gara dei veleni della Serie A 2014-2015, il presidente degli arbitri italiani Marcello Nicchi (foto by InfoPhoto) è intervenuto a Radio Anch’io per dire la sua a proposito della direzione di Rocchi e dell’apertura di Carlo Tavecchio in materia di moviola in campo. Ma, come spesso gli capita, le sue sono parole che invece di chiudere le polemiche sembrano destinate ad aprirne di nuove:

Ridicolo mettere in discussione le capacità di Rocchi, tutti sanno che è uno dei migliori arbitri d’Europa, ho parlato con UEFA e FIFA e abbiamo concordato che tutti gli episodi in questione sono al limite e non catalogabili come errori. Neanche la tecnologia ha potuto far chiarezza. Questa settimana mi ha fatto riflettere, sono amareggiato per ciò che è successo, bisogna imparare ad accettare con serenità gli errori, in un altro paese non se ne sarebbe nemmeno parlato. Ho detto sì a Tavecchio per quanto riguarda la sperimentazione e io sono favorevole alla tecnologia per gli episodi da fermo, ma la moviola è un’altra cosa. Siamo disponibili a sperimentare, ma non è questa la soluzione del problema. Vale la pena spendere tutti questi soldi, quando neanche le telecamere hanno chiarito gli episodi di Juventus-Roma?

La posizione di Nicchi sull’evoluzione tecnologica del calcio è nota da tempo. Lo scorso febbraio si era lanciato in una spassionata difesa dello status quo a prescindere, arrivando a sostenere che “la moviola in campo significa la morte del calcio, allora dovremmo cambiargli il nome”, dando dimostrazione di ignoranza (o finta dimenticanza) di quanto accade negli sport in cui il supporto tecnologico è stato introdotto da anni senza alcuna traccia di crisi d’identità. Peraltro, è curioso constatare come in estate Nicchi e l’Aia abbiano dato il loro endorsement a Demetrio Albertini nella corsa alla presidenza FIGC in nome del “cambiamento”, la parolina magica che piace a tutti tranne quando mette a repentaglio le proprie poltrone.

Ancora più strampalate, se possibili, le valutazioni sulla condotta di Rocchi. Che ha sbagliato, in buonafede, ma ha sbagliato, e non una sola volta: sostenere il contrario non fa altro che esasperare i complottardi e infastidire chi avrebbe gradito di assistere a una grande partita ben arbitrata. E’ vero, la natura piagnona e scaricabarile del pubblico italiano ha ormai trasformato ogni cattiva direzione in un’autentica caccia all’arbitro, in nome di chissà quale sciocco principio di giustizia fai-da-te. Ma se vogliamo iniziare a erodere l’insopportabile, puzzolente cultura del sospetto – e francamente non vediamo l’ora – il primo passo dovrebbero farlo gli arbitri stessi, riconoscendo gli errori quando ci sono, aprendosi al progresso quando è necessario.