Non credo ai complotti, ma…”. Iniziano così, solitamente, con le mani pavidamente tese in avanti a protezione delle proprie bronzee fattezze, prima che vengano incrinate da una querela. Un incipit che al tifoso di calcio sta come “Chiamatemi Ismaele” all’appassionato di letteratura americana. Nessuno nel calcio crede ai complotti, ma. Ma facciamo un giochino. Provate, oggi 27 febbraio 2014, a digitare su Google le parole “complotto arbitrale”. Il primo risultato che vi apparirà riguarda un articolo dello scorso aprile su Massimiliano Allegri, ancora felicemente allenatore del Milan, che si difende dalle accuse di un “complotto arbitrale” volto a far volare i rossoneri in Champions League alla facciazza della Fiorentina. Il secondo articolo in ordine di apparizione è una notizia circa il “complotto arbitrale” denunciato dal capitano della nazionale russa di beach soccer. Il terzo rimanda a un video di Youtube in cui si illustra per filo e per segno il “complotto arbitrale” ordito ai danni del Torino nel 2009/2010.

Scrollando e scrollando, si trova un “complotto arbitrale” riferito al Catania, uno alla Lazio, uno al Napoli. Volendo proseguire anche nelle pagine successive, noteremmo come il “complotto arbitrale” torna ripetutamente a proposito di Roma, Inter, Bassano (?!), Real Madrid, Genoa, Mourinho, l’Italia contro la Corea del Sud, Padova, Vladimir Putin. E, se proprio avete tempo da buttare, date un’occhiata a cosa salta fuori digitando il suo equivalente in inglese, “referee conspiracy”: complotti contro il Manchester United, complotti contro il Chelsea, complotti contro il Liverpool, complotti contro il Ghana e l’Uruguay ai Mondiali sudafricani, complotti americani nell’NBA e nell’NFL. Okay, basta così, ma vi garantisco che ricerche mirate potrebbero portarvi alle più impensabili teorie calciocomplottistiche – ne ho perfino riesumata una partorita dalla Juventus e risalente, o somma ironia!, al 2004-05, la stagione attorno alla quale ruotò lo scandalo che l’affondò.

Senza addentrarci nel merito di ogni singola rimostranza (per carità divina), il solo fatto che pressoché tutti i club abbiano lamentato, a turno o addirittura in contemporanea, trattamenti di sfavore, se non autentiche macchinazioni ai loro danni, invalida immediatamente qualunque pretesa di logica in simili rivendicazioni. Sarebbe come ammettere che tutte le religioni del mondo siano tutte vere, benché in realtà si escludano a vicenda: il che è ovviamente un’assurdità in termini.

Eppure, le teorie del calciocomplotto proliferano come gramigna in primavera.

Il fatto è che piacciono alla gente. Sono ovunque, provengono da chiunque e oltrepassano abbondantemente i confini del calcio stesso. E, beate loro, non invecchiano mai. Il loro successo è clamoroso, soverchiante, indiscutibile, nonostante si appoggino quasi sempre su fondamenta più fragili della casetta di paglia del primo porcellino. Perché?

Il primo motivo risiede nel fatto che le risposte sono sempre in minoranza rispetto alle domande. Una teoria del complotto rimedia a interrogativi ancora rimasti inevasi, a coprire le falle delle versioni ufficiali. In un certo senso, è come se soddisfacessero un’esigenza precisa pur non contenendo alcun principio attivo: sono dei placebo dialettici.

In secondo luogo, è una questione di fascino: di fronte a un evento X, vuoi mettere un’articolata e fantasiosa ricostruzione cospiratoria a confronto con un algido “è stato un caso” o un sincero “non saprei che diavolo è successo”?

Infine, e soprattutto: una teoria del complotto ben congegnata non è mai falsificabile, ovvero smentibile (e mi scuso con Karl Popper per averlo coinvolto al pianterreno). Prova tu a dimostrare la non-esistenza di qualcosa che nessuno ha mai visto. Argomento ad ignorantiam, d’accordo: se non c’è modo di negare l’esistenza del Palazzo (o di Dio, o degli uomini-talpa), non significa che il Palazzo esista (o Dio, o gli uomini-talpa). Ma tant’è.

Diverso il discorso se analizziamo il perché ci si dichiari vittima di un complotto (con la doverosa premessa che “non credo ai complotti, ma…”). Naturalmente, se si avessero prove concrete a suffragare la propria posizione, basterebbe mostrarle a chi di dovere: magistratura, stampa, opinione pubblica. Ma le prove, generalmente, latitano. A differenza delle lagnanze, che, come abbiamo visto, sono più durature delle piramidi. Facendo psicologia spicciola, verrebbe da dire che chi si lamenta di essere vittima di oscure macchinazioni assomiglia maledettamente a un bambino che giustifica i brutti voti in pagella con il fatto che la maestra ce l’ha con lui. Se la colpa è sempre degli altri, non si è costretti a fare i conti con la propria mediocrità.

Non è solo questione di equilibrio emotivo. La storia politica insegna che abbaiare contro un nemico esterno (che esista o meno) è uno dei classici espedienti che i politici utilizzano per compattare il fronte interno. Se la colpa di un risultato negativo è degli arbitri e del Palazzo, significa che è con loro che devono prendersela i tifosi, ovvero i clienti, quelli da cui dipende il fatturato dei club.

Un altro buon motivo per gridare alla cospirazione lo ha illustrato involontariamente Andrea Della Valle dopo la partita con l’Inter: “Mazzarri si lamenta da mesi e questi sono i risultati“. Ovvero, uno si lamenta e aizza la folla nella speranza di ottenere vantaggi per sé. Il che, peraltro, aprirebbe un nuovo fronte di discussione: brontolare per ottenere vantaggi nelle partite successive ti pone in uno status morale superiore rispetto a chi gode della protezione del fantomatico “Palazzo”? Probabilmente no, ma, giustappunto, è un altro discorso.

Tra le innumerevoli fallacie logiche commesse (in buona fede, ci mancherebbe) da coloro che si fanno abbindolare dal fascino discreto della dietrologia c’è la falsa dicotomia. La tendenza a ridurre il tutto a una singola, decisiva scelta. O la pensi come noi, o sei contro di noi. Se non credi al Palazzo, significa che sei talmente ingenuo da credere che tutto vada bene. Non è così, naturalmente.

Gli errori arbitrali – che, tanto per smentire un altro insopportabile luogo comune del calcio, non si equivalgono mai a fine campionato: e meno male, perché questa sì che sarebbe la dimostrazione che tutto è deciso a tavolino (raramente il caso è equo) – sono innegabili quanto l’arroganza della coppia Nicchi-Braschi, due tizi che, per citare Fabio Monti del Corsera, si sono assegnati il dono dell’infallibilità, o quanto il conservatorismo delle istituzioni calcistiche che ancora balbettano imbarazzate quando si parla di moviola in campo. Non è vero che gli arbitri sbaglino poco, che i loro errori non cambino la rotta di una partita o, in rari casi, perfino di un’intera competizione. Succede di continuo. E, così come esistono disonesti, opportunisti e smidollati in tutte le categorie sociali, è presumibile che vi siano disonesti, opportunisti e smidollati anche in quella arbitrale. Ma non c’è nemmeno bisogno che lo ricordi io, gli scandali che hanno punteggiato la storia del calcio e dello sport in generale parlano da soli. E allora?

La mia idea è che il fattore arbitrale, per quanto resti meritevolmente l’argomento-principe su cui scannarsi davanti a una birra, sia incredibilmente marginale nella contabilità del calcio. Le classifiche di tutti i tornei del mondo, Italia compresa, ci raccontano una verità banalissima: alla lunga vincono i club più ricchi, perché possono permettersi i giocatori e i tecnici migliori e costruiscono squadre più forti. Tutto qua. Nel medio periodo vincono (quasi sempre) i più forti e nel lungo periodo siamo tutti morti. È una verità talmente micragnosa, talmente arida, da deludere perfino chi la enuncia. Il mistero è che non c’è nessun mistero. E nemmeno alcun complotto.

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