Tra i molti motivi per cui Massimiliano Allegri farebbe bene ad avere particolarmente a cuore l’Anderlecht-Milan di questa sera, un posto di rilievo lo occupa certamente l’istinto di autoconservazione. Da quando esiste la Champions League, solo in due circostanze il Milan non è riuscito a superare il primo girone: nel 1996-97 con Tabarez e nel 1999-00 con Zaccheroni, e in entrambi i casi l’eliminazione è arrivata per mano di avversari non certo irresistibili (Porto, Goteborg e Rosenborg nel primo caso, Galatasaray, Herta Berlino e Chelsea pre-Abramovich nel secondo). Un dato preoccupante, dal momento che il Milan attuale sta stentando in un gruppo composto da club di media borghesia come Malaga, Zenit e Anderlecht, e che diventa addirittura angosciante se consideriamo che Oscar Washington Tabarez e Alberto Zaccheroni sono stati gli unici due allenatori esonerati in corso d’opera da Silvio Berlusconi (Liedholm a parte, ma erano altri tempi).

Il fatto di riuscire a conservare il posto di lavoro per un altro po’ – è infatti scontato che Allegri non siederà più sulla panchina rossonera a partire dal prossimo giugno – è senz’altro un pungolo sufficiente, ma, come detto, non l’unico. C’è un’ovvia questione di prestigio: il club che ha vinto più volte la manifestazione negli ultimo quarto di secolo non può permettersi di restare fuori dalle prime 16 d’Europa, nemmeno in una stagione disgraziata come la presente. Non che questa squadra sia realisticamente in grado di arrivare fino a primavera, ma almeno una visita di cortesia al knock-out round è lecito attendersela.

E, soprattutto, c’è una questione economica di un certo rilievo. Tra incassi e premi-UEFA, accedere agli ottavi di finale di Champions League garantirebbe alle esangui casse rossonere una decina di milioncini che, a Silvio piacendo, potrebbero essere reinvestiti sul mercato di gennaio. Nulla di trascendentale,  anche perché nemmeno Messi e Xavi potrebbero capovolgere i destini di un’annata iniziata male, però si potrebbero gettare le prime basi della squadra del futuro, magari, chissà, secondo i desiderata del nuovo allenatore – che non sarà Allegri, come detto, e nemmeno Guardiola, destinato in Inghilterra, e che risponderà molto probabilmente al tradizionale identikit tracciato da Berlusconi e Galliani: giovane, italiano e milanista. In un certo senso, stasera Allegri dovrà vincere anche per il suo successore.