Massimo Ambrosini saluta il Milan con gli occhi lucidi, tanta gratitudine per quello che è stato e la giusta amarezza per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Avrebbe meritato ben altro addio, il capitano silenzioso di questo Medioevo rossonero, e non una malinconica conferenza stampa che ha dovuto arrangiare da solo, senza alcun sostegno da parte della società, coerente almeno in questo, che lo aveva appena scaricato.

In quel desertico palchetto rosso, senza alcun Galliani ghignante accanto, con il solo conforto di una bottiglietta d’acqua, somiglia più a un delatore sovietico di fronte a una commissione d’inchiesta militare che a una bandiera di un grande club che prende commiato dalla stampa e dai tifosi. Non dal suo club, evidentemente, visto che nessun suo rappresentante era presente alla conferenza-stampa (a parte Nocerino, a titolo personale). “Sono stati diciotto anni bellissimi”, dice Ambro. “Non sono qui per lamentarmi, ma per dire grazie a tutti quelli che mi hanno permesso di essere un giocatore del Milan”. La sua uscita di scena è dignitosa ed elegante. Non è da tutti. E non tutti se lo meritavano.

(foto dal web)