Se cercate una risposta, lui non ve la darà più. Allen Iverson, The Answer, ha detto basta. Un addio non ancora comunicato (lo farà tra pochi giorni in conferenza stampa) ma di fatto già esecutivo da un paio d’anni, da quando cioè l’ex fenomeno dei Sixers aveva deciso di lasciare la sua ultima squadra, i turchi del Besiktas, per tornare in America a sistemarsi l’anca che lo stava tormentando. Pensava di strappare un altro contratto in quell’NBA che era stato suo territorio per quasi tre lustri, e invece nessuno si è mai fatto avanti.

Un crepuscolo triste per AI, colui che nel 2001 sfidò praticamente da solo la poderosa dinastia losangelina della diarchia Kobe-Shaq e che uscì dalla sfida impari come perdente sul campo ma vincitore morale, per aver osato l’inosabile. Quella stagione, la 2000-01, chiusa con oltre 31 punti di media e il titolo di MVP della regular season, fu la migliore di una carriera vissuta pericolosamente, sempre al limite, come se dovesse compensare con il talento e il furore quello che gli mancava in altezza e peso. Ed è per questo che la gente lo amava così tanto.