Per quanto possa sembrare psicotico, il futuro di Massimiliano Allegri (foto by InfoPhoto) non è affatto garantito: non al Milan, quantomeno, nonostante una stagione che, proporzionalmente alle premesse, è di gran lunga la migliore delle tre vissute in rossonero. Galliani è sempre stato chiaro: il tecnico non si tocca e comunque ha ancora un contratto fino al 2014, per cui non c’è alcuna fretta. Ma sulla scrivania di Allegri è appena giunta un’offerta dalla capitale: tre anni di contratto e ruolo cardinale nella costruzione di una nuova e ancora più ambiziosa Roma. E la situazione si è fatta improvvisamente molto più turbolenta.

Il presunto dissidio con El Shaarawy non c’entra nulla: una panchina, per quanto punitiva, non può in alcun modo compromettere il rapporto tra la giovane stella e il tecnico che non solo lo ha lanciato, ma gli ha anche cucito addosso il modulo della squadra. Il problema è, come sempre, Silvio Berlusconi, che per il livornese non ha mai palpitato. Pur riconoscendo ad Allegri il merito di essere stato un nocchiero abile, prudente e fortunato nelle acque più pericolose della storia del Milan berlusconiano, il Presidente Onorario non è per nulla convinto che sia lui l’ammiraglio ideale a cui affidare le rinnovate ambizioni della flotta reale.

Paradossalmente, il contratto che lega il Milan e Allegri fino al 2014 si è rivelato più un ostacolo che una garanzia. Se l’accordo si concludesse a giugno, sarebbe più che ragionevole programmare già da ora (e sarebbe già tardi) la futura gestione: con un rinnovo pluriennale, appunto, o con una separazione consensuale. Quei 12 mesi supplementari, invece, hanno fatto cadere Galliani nella tentazione del cazzeggio prenditempo, come da abitudine da qualche anno a questa parte: inevitabilmente Allegri (che si fida del suo a.d. ma non di Berlusconi) ha iniziato a guardarsi intorno e a questo punto è lui ad avere il coltello – il triennale di Baldini – dalla parte del manico. E non è detto che una tempestiva contro-offerta da parte di via Turati possa bastare, specialmente se non corroborata dalla conferma pubblica e convinta del boss. Un pasticcio evitabile, insomma. Questa volta, Galliani il Temporeggiatore non ha azzeccato la strategia.