40 anni fa, nella fornace umida di Kinshasa, Zaire, Muhammad Alì e George Foreman si sfidarono nell’incontro di boxe più famoso di tutti i tempi, quello che la stampa ribattezzò “The Rumble in the Jungle“, la rissa nella giungla. Alì contro Foreman, dunque. Il match è considerato tra i più importanti di ogni epoca, perché metteva di fronte quello che allora era considerato il pugile atleticamente più forte che si fosse mai visto, il 25enne Foreman, e una leggenda vivente come Alì, che dopo il suo trionfo entrò definitivamente nell’Olimpo come uno dei due pugili (l’altro era Floyd Patterson) ad aver riconquistato il titolo dei pesi massimi.

L’epica di questo incontro, successivamente tradotta su pellicola nel bel documentario “Quando eravamo re” di Leon Gast (premio Oscar 1997), fu data da molti fattori concomitanti. Primo fra tutti Alì stesso, ovviamente. Il campione di Louisville aveva scontato tre anni e mezzo di squalifica per il suo “njet” all’arruolamento per la guerra del Vietnam, e quando era tornato sul ring, nel 1971, aveva perso contro Joe Frazier il cosiddetto “Match del Secolo” al Madison Square Garden. Era a caccia di rivincita e George Foreman, che nel frattempo aveva strappato la cintura di campione del mondo proprio a Frazier, rappresentava un’occasione unica, nonché probabilmente l’ultima, per riconquistare il trono che gli era stato tolto non coi guantoni ma con altri mezzi. Poi la location trovata da Don King, al suo esordio come impresario: come teatro dell’evento fu scelta Kinshasa per le ricca sponsorizzazione firmata Mobutu, da nove anni dittatore di quell’infinito deposito di diamanti chiamato Zaire. Due pugili neri che si sfidavano nel cuore dell’Africa nel periodo più caldo della lotta anti-segregazionista: ma il pubblico si schierò (o meglio, fu indotto dalla propaganda di Mobutu a schierarsi) dalla parte di Alì, e lo sostenne al grido di “Alì, boma ye“, “Alì, ammazzalo”.

E poi ci fu lo scontro. Alì contro Foreman, otto riprese di geniale strategia contro furia cieca. Foreman attaccò sin dal principio, Alì rispose con il rope-a-dope (più o meno, “lega l’idiota”), una tattica difensiva che consisteva nel limitare i danni, rinunciando a colpire l’avversario, in attesa che questo si stancasse. E naturalmente il trash talking, specialità nella quale Alì fu maestro ineguagliabile. Ancora in tempi recenti Foreman ha ricordato di come le provocazioni di Alì (“George, mi avevano detto che sapevi colpire forte!“, “Tutto qui quello che sai fare, George?“) lo fecero letteralmente uscire di testa. Infine, all’ottava ripresa, Alì passò al contrattacco, gancio sinistro e diretto destro al volto: Foreman barcollò, infine crollò al tappeto. Alì era di nuovo campione del mondo.

Quarant’anni dopo, George Foreman ha scoperto Dio ed è diventato un pastore di anime; Muhammad Alì lotta da molti anni contro il terribile Parkinson; lo Zaire non esiste più.