E’ scomparso all’età di 93 anni Alfredo Martini, indimenticato ex ct azzurro del ciclismo. Era stato ricoverato presso l’ospedale fiorentino di Careggi per l’aggravarsi delle sue già precarie condizioni di salute. Per tutti era e resterà il ‘citì’. Dilettante, ex corridore professionista ai tempi di Bartali e Coppi, poi direttore sportivo e infine storico commissario tecnico azzurro, il “padre della patria”.

Nato a Firenze il 18 febbraio del 1921, aveva cominciato a correre nel 1936, gareggiando fra i professionisti dal 1941 al 1957. Dieci vittorie in carriera, un podio nel Giro d’Italia 1950 (dietro a Koblet e Bartali) con una vittoria di tappa a Firenze e un giorno in maglia rosa a Brescia. Terzo al traguardo in una delle imprese più leggendarie nella storia del ciclismo, la mitica fuga di Fausto Coppi il 10 giugno 1949 nella tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d’Italia, si tolse le maggiori soddisfazione da manager.

Come direttore sportivo conquistò un Giro con lo svedese Gösta Pettersson sull’ammiraglia del team Ferretti nel 1971 prima di diventare ct della Nazionale italiana dal 1975 al 1997: sei i titoli mondiali conquistati con Francesco Moser (1977), Giuseppe Saronni (1982), Moreno Argentin (1986), Maurizio Fondriest (1988) e Gianni Bugno (1991 e 1992) senza dimenticare le sette medaglie d’argento e le sette di bronzo. Martini divenne poi supervisore di tutte le squadre Nazionali italiane di ciclismo e Presidente Onorario della Federazione Ciclistica.

Gli addetti ai lavori ricordano di lui una saggezza e umanità, che emrgono anche nel recente libro “La vita è una ruota”, scritto dallo stesso Martini con il collega Marco Pastonesi, inviato di ciclismo della Gazzetta dello Sport: “Ho sempre pensato che avrei potuto fare di più – si legge in un passaggio del testo -. Se guardo indietro, penso che la bicicletta e il ciclismo mi abbiano dato più di quello che io ho dato loro. Avrei voluto dare il doppio, ma bisogna saper accettare i propri limiti, con onestà. Oggi la bicicletta si sta rivelando sempre più importante. È la chiave di movimento e lettura delle grandi città. Un contributo sociale. E non ha controindicazioni. Fa bene al corpo e all’umore. Chi va in bici, fischietta, pensa, progetta, canta, sorride. Chi va in macchina, s’incattivisce o s’intristisce. La bicicletta non mi ha mai deluso. La bicicletta è sorriso, e merita il Nobel per la pace”.

photo credit: Max Nicolodi via photopin cc

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