Nel 2004 Alfredo Di Stefano venne inserito da Pelè nella lista dei Fifa 100, un elenco di 125 professionisti considerati i migliori giocatori di calcio viventi fino a quel momento. Già, fino a quel momento. Oggi Di Stefano non c’è più: di lui parlano alcune foto in bianco e nero, pochi video a disposizione ma tanto, tanto amore da parte del Real Madrid e dell’Argentina intera. Sì, perché Di Stefano è considerato un’icona al Bernabeu e a Buenos Aires, ma è stato eletto da tutti come uno dei calciatori più forti di tutti i tempi, forse il più forte. Lo pensano tutti, anche chi non l’ha visto giocare. Come me.

Anagrafe bastarda, non ho vissuto il periodo giusto per gustarne le gesta. Ma di lui si dice tanto, tanto bene: in carriera ha vestito la maglia di due Nazionali diverse, Argentina e Spagna, quando ancora si poteva. Recentemente ha perso il primato di miglior marcatore nella storia del Clàsico al cospetto di Lionel Messi, ma con 18 gol rimane il miglior madridista di sempre. Maledico l’anagrafe, in questo momento: perché ho avuto la fortuna di vedere Ronaldo, Van Basten, Maradona, Messi e molti altri. Ma lui no, Di Stefano. Un qualcosa che rimpiangerò sempre: la Saeta Rubia ha scritto pagine memorabili da calciatore, le stesse che tutti noi, in silenzio, dovremmo leggere. Per capire la grandezza di alcuni calciatori e per comprendere, anche, quanto sono piccoli quelli che si sentono dio in terra (con la d minuscola, s’intende…) quando realizzano un gol da capogiro. No, i fenomeni sono altri: e fino ad oggi si chiamavano Alfredo Di Stefano.

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