Rio de Janeiro, “il fiume di gennaio” è in realtà un distillato di emozioni proprio qui e ora, in agosto. Esattamente come l’avevano descritta. Ma toccarla con mano fa un certo effetto. Ricchezza e povertà si mischiano e si sfiorano, senza prendersi mai.

IN VOLO NEL FUTURO. O NEL PASSATO?

La prima giornata nella “Cidade maravihlhosa”, a ventiquattro ore dalla Cerimonia Inaugurale olimpica numero XXXI, ti riporta indietro con la macchina del tempo e avanti nel futuro. Sbarchi dopo un viaggio senza intoppi, con puntualità svizzera, ma pur sempre lungo 11 ore e 10’ e l’Olimpiade ti si para davanti con il messaggio che “imbratta” i muri dell’aeroporto, “meglio amare tutti i giorni”. Lunga coda, ma regolare, di qua brasiliani o semplici turisti, di là atleti, addetti ai lavori, giornalisti da tutto il mondo. L’allegra compagnia delle simpatiche pallanotiste italiane, in volo con noi, ci ha tenuto a freno in parte l’attesa spasmodica per i Giochi, sì, ma soprattutto per vedere finalmente lei, Rio. Troppe volte descritta, mai assaporata. Controllo passaporti, ritiro accredito, la macchina organizzativa almeno all’Aeroporto Internazionale di Rio de Janeiro-Galeão GIG, il più grande della città, sembra funzionare perfettamente. Sembra. Non sarà esattamente così nel cuore della Cidade, ma è ancora presto.

RIO ATTO PRIMO

Un giornata “Unggiosa”, l’avrebbe definita Battisti o meglio Mogol, per quello che fu l’ultimo singolo di successo assieme come compositore, uno, e paroliere l’altro. Qualche goccia di pioggia, umidità, temperature gradevole sui 20 gradi, in fondo siamo in inverno. Rio ci accoglie così. Ci troviamo all’estremo est della città, un pullmino dell’organizzazione ci accompagna nel nostro grazioso appartamento a Barra da Tijuca, dove si trovano Parco e villaggio olimpico, centro stampa e molti impianti. Ma prima il “viaggio rivelatore”, da est a sud, dall’inferno al paradiso, dalla povertà all’ostentata ricchezza. Il paesaggio che ci si para davanti è quello che ti saresti sempre aspettato. Anzi no. Perché per chilometri e chilometri, in mezzo a viali alberati e palme, con il mare ancora distante, l’immensa highway che ci trasporta verso il sogno a Cinque Cerchi è tristemente occupata, ai lati, da piccolissime case di mattoncini, una attaccata all’altra, anche di 5-10 metri quadri, magari senza tetto, per una distessa che pare non finire mai. Sembrano tristemente incollate. Finte. Ma sono verissime. E nemmeno appaiono le Favelas che ti eri immaginato vedendo centinaia di foto e immagini, quelle abbarbicate sul ciglio di qualche collina o dietro il Maracanà, no quelle si trovano in centro. Questa è periferia…

RIO, LA RICCHEZZA

Un immagine fortissima, un pugno allo stomaco, perché non finiscono mai, una accatastata all’altra, sopra, sotto, di fianco, senza finestre, senza niente, mezzo giù, mezze su, ma abitate. Dopo le palme si aprono corsi d’acqua e laghi (sic!) qua e là, attraversiamo il distretto di Jacarepaguà dove una volta (fino agli anni ’80 compresi) la Formula Uno apriva la sua stagione. La radio brasiliana gracchia, il portoghese è una lingua poetica come nessun’altra al mondo, ma non la conosciamo. Capiamo solo “Ayyyrton Senna”, quel nome esce spesso dalla bocca dei conduttori radiofonici e si legge ovunque in città. Arrivano le grandi firme, entrano i palazzi di lusso, ma non escono le favelas, mentre ci avviciniamo al cuore pulsante dell’Olimpiade, proprio la nostra zona, Barra.

I GIOCHI

Non abbiamo chiuso occhio in aereo, non mangiamo appunto dal pranzo griffato Alitalia, ma non importa: c’è l’Olimpiade che ci aspetta. Un salto rapido al Barra Village, dove alloggiamo con tanti colleghi e poi via a sentire il profumo dei Giochi. Via, ma dove? Siamo vicinissimi al Villaggio, vicinissimi al Parque Olimpico, vicinissimi agli impianti. A piedi ci vogliono si e no quarantacinque minuti, ma cerchiamo di testare l’efficienza brasiliana nei trasporti. Che non c’è. Passano le navette, ma non si fermano. Brandiamo accrediti, sbracciamo, entriamo nella careggiata, quasi ci investono. Niente. Non si fermano oppure non passano proprio. Trenta minuti e siamo ancora davanti a casa. Ma… l’Olimpiade? Taxi. “Villaggio olimpico, per favore”. Macchina vecchia, ma dentro c’è un televisore che trasmette uno concerto leggendario di Bob Marley datato 1976. E’ uno dei miei preferiti, ma vai a spiegarlo al tassista, chi lo sa il portoghese… “Villaggio olimpico, dicevamo”. “Ah e dov’è?”. Come dove? A noi le chiede? E lì avanti, parrebbe. Panico. Si è proprio vicino, ma i tassisti non sanno mai dove sono in questa città, probabilmente molti sono stati arruolati all’ultimo per i Giochi, chissà da dove. Rio l’anno vista come noi, in cartolina.

CAOS

La macchina organizzativa non è quella di Londra, no. Questo lo si può dire con assoluta certezza. Quella era stata l’olimpiade della perfezione, questa, la prima in Sudamerica, sarà, speriamo, quella del sorriso e degli scenari unici. Perché al Parque Olimpico alla fine ci arriviamo, ma piazzando il taxi di fatto sullo “zerbino” della porta dell’MPC, Media Press Centre, quando accanto al Big Ben, quattro anni fa, nemmeno saresti arrivato a un km da quel punto perché ti avrebbero respinto con perdite e forse pure arrestato. Insomma, liberi tutti, anche i taxi, che non sanno dove portarti e quindi ti lasciano praticamente davanti al desk. Una foto con Vlade Divac, che sembra passare di lì per caso, una visita al centro stampa che è carino, anche se la wireless (per ora) resta una chimera. Nonostante la gentilissima responsabile ti dice, affabile, che a lei funziona benissimo tutto e che sarà così anche per te. Con la forza del pensiero?…

CALORE

Ecco, i brasiliani di Rio però sono gentili. Tutti. Sorridono sempre, hanno pazienza. Intanto è già pomeriggio, il tempo vola, abbiamo fame e sonno, ma è lunga: c’è l’inaugurazione di Casa Italia alla sera, su un promontorio unico, ma lontano, molto, dal villaggio. Prima, soprattutto c’è Renzi sul Monte Corcovado, con Malagò, con Montezemolo, con Tronchetti-Provera, per una prima volta di un premier del Bel Paese lassù a incontrare la comunità cristiana di Rio, che per l’occasione illuminerà il Cristo Redentore di bianco-verde-rosso. Davvevero, non per finta. Succede poco dopo il tramonto, è un momento a suo modo storico, un incontro tra Paesi che si vogliono bene a settecento metri d’altezza, con la breve conferenza stampa del Premier italiano tra vento, nuvole e l’imponente massa della statua, con i mitra spianati della sicurezza e i nostri taccuni e microfoni in faccia. Non è il vostro normale incontro a Roma. No. Dietro si stata l’immensità di Rio ai piedi del Corcovado con le sue foreste, le sue lagune, le sue spiagge, le sue colline. Da brividi e per una volta ci siamo anche noi. Con tre ore ad andare, altrettanto per tornare e neanche 10km in mezzo, da Barra al Monte Corcovado appunto: pavé che nemmeno al Fiandre, ma pure Lagoa, splendida, immensa, dove si terranno le gare di canottaggio. Perché il traffico a Rio non lo potete nemmeno immaginare: è caotico, folle, assurdo. Ore e ore formi con clacson che vanno. Lagoa dicevamo. Se alloggiate lì, è il top. Siete in mezzo tra Copacabana, Ipanema e il lago. Dietro avete la spiaggia più famosa del mondo, davanti la statua del Cristo più famosa del mondo, in mezzo un lago e una foresta, con le simpatiche scimmie ad accogliervi sugli alberi. No, non è la vostra normale città, l’abbiamo già scritto, e non sarà la vostra normale Olimpiade. Anche il Corcovado tricolore abbiamo visto e chissà laggiù costa staranno pensando ancora i brasiliani al vederlo colorato così. Si chiude, con gli occhi che bruciano, al Barra Village. Spaghettata di mezzanotte, a casa, tra colleghi. Sennò che italiani saremmo? Ah: pasta qui si dice macarrão. Buon appetito.
Bona Noite Rio e buon giorno Italia. L’Olimpiade non è ancora iniziata. E ci ha già travolto…